Tempo e rimpianti

Vi è mai capitato di ritrovarvi vicino ad una persona che vi piace, ma non avete avuto il coraggio di rivolgerle parola? “A Lunch Break Romance – Storia d’amore in pausa pranzo” http://www.youtube.com/watch?v=9ju-fVomSyM è un cortometraggio di Danny Sangra, che ironizza su quelle situazioni in cui non ci si dovrebbe pensare poi così tanto. Un ragazzo e una ragazza si incontrano spesso durante la pausa pranzo;  un giorno si siedono sulla stessa panchina, sono attratti l’uno dall’altro, ma…non si scambiano nemmeno una parola. Ognuno immerso nei propri pensieri, in una serie di fraintendimenti e nelle numerose ipotesi rispetto a ciò che l’altro potrebbe pensare. Cosa rende così difficile fare il primo passo? Che cosa blocca i due protagonisti nel tradurre in parola gli innumerevoli pensieri che affollano la loro mente? Il timore del rifiuto? È come se ognuno di loro non pensasse solo per se stesso, ma anche per l’altro e questo continuo rimuginare riempisse lo spazio d’incontro dei due al punto da mantenerli fermi nelle loro posizioni. Quante volte ci è capitato che i pensieri avessero su di noi un effetto paralizzante, al punto da non farci vivere un determinato momento della nostra vita? Può succedere che, preoccupati delle conseguenze che potrebbero avere le nostre azioni, decidiamo di stare fermi, non fare nulla; a volte, cercando di controllare ogni possibile variabile per muoverci nel migliore dei modi finiamo per non fare nemmeno un passo. Così facendo ci preserviamo da possibili fallimenti o delusioni,  ma potremmo anche via via accumulare una serie di rimpianti.

Certo a volte può capitare l’esatto opposto: pentirsi per ciò che si è detto o fatto in una determinata situazione. Ecco i rimorsi, in questo caso ci si lamenta del fatto che non ci sia stato alcun pensiero a supportare una determinata azione, l’impulsività ha avuto la meglio. Una parola in più, un gesto fuori posto e magari si compromette un rapporto di amicizia, d’amore, una posizione lavorativa…

Pensare troppo o troppo poco…dove si colloca la giusta misura? È sempre possibile trovarla, oppure ci sono ambiti in cui, ciascuno i propri, è più facile e altri meno?

E voi, avete rimpianti? Rimorsi?

 

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La nostra Luna

L’articolo di oggi è una breve riflessione che prende spunto da un cortometraggio molto poetico della Pixar  intitolato “La Luna”  http://www.youtube.com/watch?v=Oh9jIdPH48g

“La Luna” è la fiaba senza tempo di un bambino che sta crescendo e per la prima volta il papà e il nonno lo portano al lavoro con loro. In una vecchia barca di legno si dirigono in mare aperto e si fermano in un punto dal quale non possono più vedere la terraferma. Una grande sorpresa per il bambino quando scopre lo straordinario lavoro di famiglia. Ma si troverà anche a dover fare una scelta: seguire l’esempio del padre o del nonno, ognuno cristallizzato sul proprio modo di intendere il lavoro?

Nella vita capita di dover prendere delle decisioni e sentirsi “incastrati” in due alternative possibili: bianco o nero? Partire o restare? Un po’ come se le strade fossero già state tracciate e a noi rimanesse “solo” l’onere di scegliere da che parte andare; la decisione ci sembra così ardua perché l’una automaticamente esclude l’altra, dirigendoci da una parte potremmo compiacere qualcuno, ma contemporaneamente offendere qualcun altro. Talvolta rimaniamo nel limbo della “non scelta”, così comodo, non pericoloso, ci permette di non esporci troppo (diciamo per niente).

Ma siamo così sicuri che tutto si risolva nello dover scegliere tra le alternative che qualcuno ci propone dal di fuori? Non potrebbe essere che le scelte, in realtà, siano altre e che spetti a ciascuno di noi trovare la propria strada? Il piccolo protagonista del cortometraggio ci mostra proprio come, tra i due esempi proposti (quello del padre e quello del nonno), porti avanti una sua strategia personale. E sarà proprio questa sua scelta a consentire ai tre di risolvere un sorprendente imprevisto lavorativo. Ma noi, quanto siamo capaci o quanto ce la sentiamo di trovare le nostre strade? Cosa ci impedisce di farlo o quali sono le difficoltà che incontriamo nel momento in cui dobbiamo definire di fronte al mondo chi siamo? E che cosa succede nel momento in cui presentiamo agli altri noi stessi?

…forse è proprio in quel momento che dimostriamo a tutti, compresi noi stessi, che stiamo crescendo!

E voi, cosa ne pensate?

 

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Tutta colpa di Freud … sarà vero?

Il titolo dell’articolo di oggi, fa riferimento all’ultimo film di Genovese “tutta colpa di Freud” per l’appunto. Si tratta di una commedia molto piacevole e brillante, che in realtà non ha per niente il peso di questioni psicologiche o psicanalitiche. Anzi, piuttosto sorvola leggermente, con modi gentili su molte riflessioni e pensieri, lasciando ad ognuno lo spazio per volerli approfondire o meno.

Senza svelare la trama del film, appena uscito, serva solo sapere che tra i protagonisti c’è un bravissimo Marco Giallini che impersona proprio uno psicanalista, non proprio fedele alla realtà di chi come noi questo lavoro lo svolge quotidianamente, è però recitato bene e con profondità; caratterizza la sua ambivalenza tra l’emotività paterna e il ruolo lavorativo.

Ciò che ci ha colpito è la frequenza con cui il protagonista vede, con suo grande disappunto, sedere parenti e amici sul famoso lettino. Sembra proprio che tutti lo cerchino, che ne abusino un po’, ma che poi facciano veramente fatica a fermarsi e a poter veramente accogliere un lavoro su di sé. Non è così semplice, spesso fa paura. E’ consueto che sia così. Nessuna polemica, ma anzi una constatazione che forse aiuta a capire e ad empatizzare con lo sconforto e un po’ della rassegnazione del personaggio, è la realtà dei fatti. E’ così: per le persone che incontriamo nei nostri studi e per tutte quelle che incontriamo fuori.

Anche se il film è furbo e ammiccante, garbato nello sfiorare tematiche tutt’altro che leggere (relazioni, innamoramento, senso della vita, genitorialità sigle, crisi di mezz’età, divorzio, adolescenza, omosessualità) non spoglia tali argomenti del loro significato più profondo.

Il file rouge che unisce i personaggi è la fatica di crescere e di trovare un senso alla propria vita, senso che poi coinciderà nel film con il concetto di amore (filiale, genitoriale, adolescenziale, adulto… qualunque).

Ma sarà veramente tutta colpa di Freud questa fatica? Se si dà la colpa al padre della psicanalisi lo si fa per ridere e sorridere, ma alla fine potrebbe esserci un fondo di verità. E’ infatti Sigmund Freud  che a partire dal ‘900 ha indirizzato la ricerca all’interno di sé (definendo l’inconscio) e ha influenzato definitivamente il pensiero scientifico e filosofico. Ha elaborato la teoria secondo la quale i processi psichici inconsci esercitano influssi determinanti sul pensiero, sul comportamento umano e sulle interazioni tra individui. Nella psicoanalisi da lui proposta l’impulso sessuale e le sue relazioni sono alla base dei processi di comprensione dell’animo umano.

Freud è il padre di intuizioni che ancora oggi sono attuali e valide. Tuttavia nella psicoanalisi contemporanea e moderna l’attenzione si è spostata dagli impulsi sessuali (sempre tenuti in considerazione, ma non più unico motore dell’individuo) a quelli relazionali e di interazione, in una parola affettivi: attinenti cioè alle emozioni.

Una delle tesi principali, oggi fondante di molte teorie psicoanalitiche e psicoterapeutiche, è che le relazioni (quindi anche l’amore) sono il fulcro di ogni individuo. Danno senso, definiscono l’esistenza, muovono emozioni potenti, sono lo strumento con cui ci doniamo al mondo e ci aiutano a capire il senso e a costruire un nuovo senso per noi. Che siano le relazioni il senso stesso della vita?

Siamo esseri relazionali, irrimediabilmente. E’ un affare complesso, difficile, a volte impossibile quello dei legami. Ma importante, vitale e prezioso. Spesso le motivazioni che conducono sul famoso lettino sono preoccupazioni sulla sfera affettiva, che coinvolgono i legami importanti.

E non è forse proprio attraverso un legame, la relazione terapeutica, che ci si può sentire meno soli e si può trovare il coraggio di sdraiarsi veramente sul freudiano lettino e raccontarsi scoprirsi, per capire, a volte cambiare, e stare meglio?

La ricerca del senso della vita parte dal sé, ma inevitabilmente poi si traduce, si esprime nelle relazioni con il mondo e con gli altri.

E voi cosa ne pensate, è tutta colpa delle relazioni dei legami? E’ vero quindi è tutta colpa di Freud?

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Obiettivi a breve o a lungo termine?

Capita che arrivino al nostro studio di psicologia richieste di aiuto avanzate con una certa urgenza, persone che vorrebbero risolvere le loro difficoltà o superare i momenti di disagio nel minor tempo possibile, credendo di poter trovare le soluzioni ai loro problemi anche solo con due o tre colloqui. Spesso molti genitori, con figli che hanno difficoltà scolastiche o mostrano poco interesse verso lo studio, ci chiedono la “ricetta” per poter fare di loro dei provetti studenti. Purtroppo noi non abbiamo bacchette magiche ne tanto meno soluzioni preconfezionate per nessuno, quello che possiamo fare è accompagnare chi si rivolge a noi attraverso un percorso che possa aiutarlo a trovare le “proprie” risposte e le “proprie” soluzioni. Non sempre si tratta di percorsi semplici, ne tanto meno immediati; richiedono tempo, un tempo diverso per ognuno e che nessuno può stabilire a priori. Un tempo che, forse, non sempre è quello sperato. Attraversare momenti difficili o di dolore non è certo auspicabile da nessuno e crediamo che chiunque di noi ne farebbe  decisamente a meno, ma, purtroppo, nella vita di ostacoli se ne possono incontrare…Ma non sono solo gli ostacoli che si desidera superare velocemente, molti altri sono gli obiettivi che ognuno di noi spera di raggiungere nel più breve tempo possibile: la carriera, la conoscenza di un sapere, l’apprendimento di un’abilità…Ma è davvero possibile raggiungere tutto velocemente? Oppure ci sono “cose” che richiedono più tempo di altre? Per quali siamo disposti ad aspettare, faticare e mettere in gioco noi stessi e per quali, invece, non abbiamo “tempo da perdere”? Interessante è la domanda che Alfie Kohn, scrittore ed educatore americano, pone all’inizio degli incontri che organizza per i genitori “Quali obiettivi a lungo termine avete per i vostri figli?”. Tutti i genitori, afferma l’autore, desiderano felicità, indipendenza, realizzazione…obiettivi piuttosto alti, ma, spesso, i metodi educativi adottati dalle famiglie (e proposti da numerosi manuali!) non vanno proprio in questa direzione. Molti, infatti, prediligono metodi basati sul controllo che, attraverso premi e punizioni, garantiscono risultati immediati; in questo modo i figli finiscono con il fare ciò che i genitori chiedono loro di fare, ma a lungo andare, tali sistemi non aiutano a sviluppare nei bambini un senso di sé stabile e sicuro, in quanto li inducono a credere di essere amati solo se ci compiacciono o ci colpiscono favorevolmente. E l’indipendenza, la realizzazione e la sicurezza in se stessi che fine fanno? Grandi obiettivi “sacrificati” in nome di un immediato risultato? Al contrario la collaborazione e l’accettazione incondizionata permettono di educare i figli guidandoli verso quegli obiettivi alti che ognuno di noi potrebbe desiderare. Certo è un lavoro molto più impegnativo, che richiede una continua messa in discussione e tempi non decisi da noi adulti, in base alle nostre necessità, ma in relazione ai bisogni dei nostri piccoli. Quindi, sembra che le soluzioni facili o che garantiscano effetti immediati non sempre siano quelle che determino risultati profondi e duraturi. Tiziano Terzani, nel suo bellissimo libro “Un altro giro di giostra. Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo”, afferma:

…non esistono scorciatoie a nulla: non certo alla salute, non alla felicità o alla saggezza. Niente di tutto questo può essere istantaneo. Ognuno deve cercare a modo suo, ognuno deve fare il proprio cammino, perché uno stesso posto può significare cose diverse a seconda di chi lo visita.”

E voi, avete obiettivi a lungo termine? Quanto siete disposti ad aspettare e a “lavorare” per raggiungere ciò che desiderate? Meglio le scorciatoie per un benessere immediato, ma magari non duraturo?

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Stili di vita…punti di vista?

Recentemente ci è capitato spesso di confrontarci con un tema piuttosto grande ed importante: quanti modi diversi di affrontare la vita!

Il punto di vista di un giovane adolescente ci ha colpito in modo particolare, con la chiarezza e la sintesi che caratterizza quest’età di riflessione e rimescolamento, ci ha dato modo di avere un ispirazione per qualche riflessione che vi proponiamo. Questo giovane ci sottoponeva la sua visione del modo di affrontare la vita, in tre possibilità, tre categorie semplici e forse un po ciniche: gli ottimisti, i realisti e i pessimisti.

Secondo questa “teoria” gli ottimisti sono coloro che affrontano la vita aspettandosi il meglio e che credono nell’auto-motivazione, sono più positivi ma certamente più esposti alla delusione, i realisti sono coloro che vedono le cose come stanno, sono obiettivi, concreti, ma si collocano in un’area in cui non credono di poter cambiare le cose, vedono già ciò che è, punto. Ed infine i pessimisti cioè coloro che si aspettano il peggio da ogni situazione, e che quindi, sarebbero coloro i quali si preoccupano molto prima, ma possono spesso piacevolmente rimanere sorpresi dall’esito positivo delle situazioni.

Premettendo che nulla può essere semplicistico e categorizzato così rigidamente, ci siamo appassionate al tema e ci abbiamo riflettuto, perché effettivamente a partire dal famoso bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, il mondo si divide in atteggiamenti propositivi o pessimisti.

Non è luogo ne compito di nessuno stabilire chi ha ragione o chi ha torto, ammesso che esista una stessa visione corretta, la nostra proposta è una pura riflessione su: come reagite voi alle situazioni? Tra questi tre stili in quale vi riconoscete e sopratutto sapete perché?

Anche a costo di risultare un po’ ridondanti, il messaggio che vogliamo trasmettere è che la conoscenza di sé è lo strumento più vantaggioso per vivere del tempo buono.

Ottimismo, realismo, pessimismo, sono stili di vita, modi di essere, di relazionarsi con il mondo ma sopratutto di stare con se stessi. La scelta di uno stile o di un altro influenza come stiamo e chi siamo.

Ciò che colpisce è certamente la capacità di sintesi di un ragazzo veramente giovane, che con poche parole è riuscito a verbalizzare un idea che riesce a contenere gran parte dell’umanità. Certo vorremmo porre l’accento sulla enorme capacità di introspezione e comprensione, che ha l’adolescenza in senso lato (è tutto così complicato ma al tempo stesso avendo meno esperienza può essere più chiaro e c’è più tempo per pensarsi) ma speriamo che anche le risorse degli adulti se rispolverate funzionino altrettanto bene.

Prendiamo per coerenti queste tre categorie, quanti sono in grado di spiegarsi perché fanno parte di una o dell’altra, guardandosi dentro e potendosi dire “sono ottimista perché ho bisogno per stare bene di sentire la fiducia e la speranza.” ” sono pessimista perché illudermi fa troppo male e non riesco a sostenere la delusione” ” sono realista perché ho bisogno di sapere che non è colpa mia se non posso cambiare le cose…”?

Come adulti anche quando ci si ferma a riflettere su come si è, spesso si è abituati a generalizzare e a motivare i propri atteggiamenti come conseguenze di una realtà esterna: “sono pessimista, ma perché la vita mi ha mostrato troppe cose brutte” “sono ottimista perché si dice che funziona di più” “sono realista perché l’unica cosa che c’è da fare in questo mondo”… per citarne alcune.

Crediamo che il mondo che viviamo sia composta da tutte e tre le istanze: cose buone, cose vere, e anche cose dolorose, ma cosa vi spinge a scegliere tra le tre, presumibilmente, sempre la stessa lettura? sapete il motivo? perché quella possibilità e non una delle altre?

La schiettezza e la libertà con cui un giovane ragazzo può non solo definirsi, ma anche spiegarsi come mai gli viene da essere e reagire in un modo, permette innanzitutto di comprendersi e di accettarsi. Questo è il vero passo verso la libertà, e forse crescendo le cose sembrano e sono più complicate di così. Ma perché, talvolta, non fermarsi ed ascoltare in modo più semplice la lettura della realtà, per aiutarsi a riflettere con le parole del passato e con le risorse del presente.

e voi cosa siete? ottimisti, realisti o pessimisti? sapete perché?

e non ultima domanda… funziona la vostra scelta?

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e tu…che ruoli giochi?

Nella vita di tutti i giorni sono molti i ruoli che ci troviamo ad interpretare: figlio, marito, moglie, sorella, fratello, nonno, nonna, zia, cugino, medico, avvocato, amico, collega, educatore, casalinga, amante… oltre a quelli famigliari e professionali, esistono ruoli che corrispondono ai tratti di personalità che ciascuno di noi assume più spesso, come il timido, l’estroverso, la vittima, l’imbranato, l’ottimista, il pessimista…

I ruoli sono funzionali perché ci permettono di entrare in relazione con gli altri e, allo stesso tempo, servono a noi stessi per definire la nostra identità. Entriamo ed usciamo da ciascuno di essi diverse volte nell’arco della giornata e, nella nostra vita, ci troviamo periodicamente ad assumerne di nuovi perché cresciamo, entriamo nel mondo del lavoro, formiamo una famiglia, o semplicemente cambiamo…ogni momento di passaggio è segnato dall’acquisizione di un nuovo ruolo e dalla conseguente modifica di quelli precedenti. Non sempre, purtroppo, il tutto avviene in modo naturale e automatico; i passaggi possono presentare degli intoppi e spesso sono piuttosto faticosi. Difficile, a volte, è far conciliare ruoli diversi tra loro, trovare nuovi equilibri. 

Molte volte ci si trova ad interpretare delle parti che rappresentano solo un aspetto della nostra personalità, ma che ad un tratto diventano il tutto e finiscono con il  definirci come un marchio, oscurando qualsiasi altra nostra caratteristica: per gli altri noi siamo solo quello (il bullo, la secchiona, l’intellettuale, l’aggressivo). Ed ecco che la maschera indossata per poter entrare in relazione con gli altri e che, magari, ci ha aiutato in un primo momento a farci conoscere, si trasforma in una sorta di prigione, da cui fatichiamo ad uscire; anzi, talvolta gli altri si stupiscono se mostriamo aspetti diversi della nostra personalità. Spesso noi stessi fatichiamo a credere di essere anche “altro”, finendo con l’identificarci totalmente con quel personaggio ormai diffusamente riconosciuto da tutti!

L’interpretazione di un ruolo, inoltre, non sempre avviene in modo consapevole e talvolta non è nemmeno funzionale per il nostro benessere. Ma come mai? Che cosa ci porta a perseverare? Che cosa ci impedisce di “uscire” da un determinato personaggio?

Un film molto interessante, in cui si osservano le dinamiche dei giochi di ruolo è “Una famiglia perfetta”, di  Paolo Genovese. Nel film, un potente uomo di mezza età, per le feste natalizie, decide di assumere una troupe di attori per interpretare la famiglia perfetta che ha sempre sognato di avere. La vicenda viaggia così su due livelli: uno reale e l’altro che segue un copione, scritto dal protagonista e fornito agli attori. Ma pian piano i due livelli si confondono ed il copione viene gradualmente disatteso. È un po’ quello che può succedere ad ognuno di noi: più o meno consapevolmente cerchiamo di mantenere in scena un determinato ruolo, intanto la vita continua a cambiare le carte in tavola e, chi più e chi meno, si cerca di barcamenarsi tra “sceneggiatura e improvvisazione”. Ma fino a che punto i ruoli reggono? Quanto siamo rigidi e inflessibili con il nostro copione? Talvolta persistiamo nonostante tutto, anche quando ciò che portiamo in scena ci fa soffrire. Perché? Troppo affezionati al nostro personaggio? Questione di comodo? Non sappiamo fare altro? Oppure pensiamo che non ci sia altro da mettere in scena…Forse, a volte, varrebbe la pena fermarsi un attimo, guardarsi alle spalle e mettere in discussione alcuni nostri ruoli, magari fossilizzati durante gli anni, modellati con cura per poter rispondere a richieste che, con molta probabilità, ormai portiamo solo dentro di noi. Rileggere i propri comportamenti, rivisitare le scelte prese o quelle ancora da compiere, alla luce di chi siamo in questo momento della nostra vita, potrebbe aiutarci a scoprire altri aspetti della nostra persona e darci nuove prospettive. 

E voi cosa ne pensate?

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Quei buoni propositi…

Un nuovo anno è iniziato…e si è lasciato dietro quello vecchio, come in ogni occasione in cui si conclude un ciclo, è tempo di resoconti e bilanci; non solo quelli economici, ma anche quelli emotivi, psichici, autobiografici, personologici. Nelle ultime settimane si sono susseguiti una moltitudine di articoli, scritti, pareri, consigli, sui fatidici buoni propositi: quanti, quali, come sceglierli, ma poi quanto durano, gli approcci diversi, “i non buoni propositi”, chi si astiene dal farli e chi più ne ha più ne metta.

Ci siamo fermate, abbiamo ascoltato, letto e pensato… e ora seppur un po’ tardivamente (l’anno è già iniziato da qualche giorno!) vi proponiamo la nostra riflessione…

Il presupposto di partenza è che una buona analisi di come siamo, come siamo stati e come vorremmo essere, è certamente uno strumento prezioso ed utile non solo a fine anno ma ogni volta che se ne sente l’esigenza. La riflessione su di sé fa bene. Detto questo vi vorremmo proporre un approccio diverso, uno spunto di pensiero.. Ci discostiamo dall’analisi dell’anno passato con metodi più o meno positivisti, per spingerci a pensare: cosa è cambiato nel periodo precedente? cosa invece è rimasto uguale? in queste situazioni quando e dove siete stati determinanti?

La domanda è cosa avete fatto per voi stessi? Ci vogliamo riferire ad ogni tipo di situazione, evento periodo, non solo quelli buoni, ma anche quelli meno buoni.

La vita è complessa e imprevedibile, ci propone occasioni che vanno solo colte (un po’ di fortuna non guasta mai) e anche eventi davanti ai quali possiamo solo osservare, e sopportare. Ma in tante altre occasioni, possiamo scegliere. Sono le nostre decisioni che ci conducono nella strada davanti a noi, e che ci permetteranno eventualmente di proseguire o cambiarla.

Riflettere su cosa è accaduto cercando di leggere la storia non solo come attori protagonisti, ma anche come sceneggiatori, permette a nostro avviso di guadagnare una buona dose di realtà. Ci può permettere di sentire la responsabilità di scelte e decisioni buone per noi o che invece si sono rivelate errate, con la consapevolezza che siamo stati noi a scegliere… che possiamo ragionare sul perché è stato in questo modo e che possiamo imparare da come siamo stati. Allo stesso tempo crediamo che osservare dove non si è intervenuti, o dove non si è potuti intervenire, pulisce il campo da ingombranti sensi di colpa o rimpianti che fanno spesso da zavorra e che non permettono di riflettere e progettare con lucidità.

L’essere creativi e propositivi è motore del nostro possibile futuro, per questo ci si mette in prossimità dell’inizio del nuovo anno a fare quei buoni propositi che presuppongono cambiamenti e che vogliono essere messaggi di fiducia nella possibilità di migliorarsi. Certo spesso proprio quei buoni propositi non hanno lunghissima vita, ma guardano al futuro e sono propositivi, la lettura che vi proponiamo vuole far avviare il pensiero forse più specificatamente dal passato piuttosto che dal prossimo futuro. Conoscersi permette un investimento sul proprio futuro più sintono e coerente.

Con la mente sgombra ci si può guardare dentro e anche fuori, e sentire che possiamo cambiare, noi o altrimenti il nostro modo di affrontare le cose… ma possiamo anche decidere di non cambiare, di aspettare, che non vuol dire necessariamente passivizzarsi ma “guidare con prudenza” in attesa delle risorse necessarie.

In tempo di bilanci, resoconti e propositi più o meno buoni, non vi chiediamo cosa desiderate o cosa vi aspettate, o come vi giudicate ma vi domandiamo: cosa avete cambiato e deciso per voi stessi?

 

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